percorso espositivo e influenze

Non credo alle persone, alle enciclopedie, alle nuove tecnologie, a  quello che mi costrigono a vedere, non credo al fumo, al traffico, alle macchine, all’acciao. Credo nelle emozioni.

Ci circonda la covenzionalità di quello che abbiamo creato nella consapevole ricerca dell’agiatezza. La comunicazione, il prodotto della sua evoluzione, rappresenta la volontà di stupire, di colpire, altro scopo non ha, se non quello di rapire la nostra ormai domata attenzione.

Ci siamo standardizzati. Tutto quello che vediamo viene tradotto da parole che spesso utilizziamo con leggerezza. Diventano suoni, di cui abbiamo dimenticato il vero significato. I nostri ritmi sono sempre più lontani da quelli della natura, dell’essere umano. Come sconveniente baratto abbiamo aquisito quelli della produzione, dimenticandoci la terra, le stagioni, le sinestesie, che orami non siamo quasi più in grado di avvertire.

Fuggo da questo sistema imposto, invento le forme e i colori delle mie emozioni, invento un nuovo vocabolario. Le vibrazioni non sono definibili con le parole di sempre, è nell’opinabilità delle stesse che sbocciano le forme comunicative che ci portano a riscoprire la nostra vera natura. Quelle forme senza convenzionalità siete voi, chi non ne ha non esiste.

Roma 2013

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Il percorso lavorativo che intrapresi anni or sono (addetto alla protezione
ambiente sicurezza per la Solvay di Porto Marghera, Venezia) ha
portato evidenti contaminazioni nel mio personale modo di concepire
l’arte. La fusione di una realtà produttiva industriale con quella
impalpabile del pensiero, nell’obiettivo di ottenere un unico prodotto
artistico che esprima queste due realtà opposte e di differente
natura, è il mio obiettivo.

Utilizzo sottoprodotti di lavorazioni chimiche, ossidi di metalli di
transizione e non, solubilizzandoli per poi farli ricomparire con
semplici alterazioni del ph. Modificando le viscosità delle miscele
fluide composte da colle, gesso, polveri di diverse nature, cerco di
dare una gestualità sempre diversa alle materie che vanno a comporre
il lavoro finale! Vicina alla nostra quotidianità, ai nostri
meccanismi biologici, la vita è una continua reazione chimica!
Un impatto visivo forte quello delle produzioni industriali.
Architetture improbabili, ambienti malati di profumi che non
appartengono alla natura, chiaro segno dell’alterazione degli spazi da
parte dell’uomo.

Fondere la gioia della creatività con il quotidiano della vita
pratica, usare quelle realtà che spesso siamo indotti a subire,
cercando di dare loro una direzione umana, questo l’obbiettivo della
mia ricerca. Riuscire a raccontare le persone che dentro a queste
meccanismi spendono il loro tempo, diventerebbe una discussione
sull’uomo e aiuterebbe a comprendere quelle situazioni lontane, spesso
volutamente nascoste.

Bologna 2009

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– Marco Zara, il suo è uno spazio completamente asservito alle esigenze
di un meccanismo che non contempla imprevisti, mentre la natura è di
per se imponderabile.
L’accenno a quell’umore cartaceo vuole rappresentare l’anima assopita
priva di forma, un guizzo, una (ormai) presunzione di non geometria,
l’ultimo tenue calore che ricordi l’improvvisazione, in un presente
che non la riconosce più.

Nicola Donato
(Noale 2007)

– Non nuovo ad esposizioni personali e collettive,  Marco Zara, nella sua espressione,
cerca forme espressive particolarmente nuove che, pur non abbandonando
il cosidetto formale, l’avvicinano ad un modo autonomo e veramente
originale allo sperimentalismo contemporaneo che trova soprattutto nel
colori tal volta sussurrati, nelle geometrie mai violente, la sua
piena estrinsecazione. Le prove date da questo artista risultano
particolarmente valide e significative.

Dott. Alberto Franceschi
(Padova 2007)

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